Viaggio della speranza

Mi chiamo Beniamino, "Ben la Crosta" per i presunti amici o quelli che al giorno d'oggi si fan passare come tali.
Stamattina non mi sono svegliato steso in qualche vicolo o corridoio, nè incrostato di vomito e infreddolito su una panchina al parco.
E' un gran giorno: ieri sera mi sono sbarbato, ho preparato vestiti e valigia. Poi festeggiamenti: roba speciale per chiudere alla grande.
Oggi si parte: un nuovo inizio dopo anni di droghe misto alcool; a partire da metanfetamine di classe e whisky torbato da duecento euro la bottiglia per finire in alberghi a stelle offuscate sniffando solventi e ammorbidendo la trachea con vino da un euro la bottiglia. Buono come acido per le batterie dell'auto.
Ora basta, finalmente anch'io avevo trovato l'occasione della mia vita grazie a un fortuito incontro con un gruppo di amici. Un gruppo di santi!
Tre sere fa cercavo di scroccare qualche goccio in un bar quando mi chiamarono al loro tavolo. All'inizio ero diffidente: quando persone eleganti e dall'aria tosta girano per bettole, invitando un tossico o una battona all'ultimo stadio, la probabilità maggiore è che al mattino qualcuno ne trovi il cadavere massacrato in qualche bidone. Neanche notizia da giornale, gli sbirri chiamano la funebre e nemmeno pensano a svegliare un giornalista di nera.
Invece loro erano gente a posto, di famiglie ricche e benestanti, che dedicavano un paio di serate al mese a cercare rottami come me e rimetterli in piedi. Li faceva sentire meno in colpa per il loro "status" di privilegiati, dicevano.
Cosa fosse lo status non l'ho ben capito, credo avesse a che fare con il governo o i soldi. Ancor meno capivo cosa ci fosse di cui sentirsi in colpa, ma se andava bene a loro di certo io non mi mettevo a discutere.
Quella sera festeggiammo l'incontro, tutto a spese loro, con l'accordo di ritrovarci ieri sera. Sono arrivati con tutto il necessario per darmi una ripulita e sistemare barba e capelli, con abiti eleganti e documenti in regola. Mai avuti documenti in regola, tantomeno un passaporto, e questi me lo portano dopo due giorni. I soldi contano, eccome!
Ische, la moretta del gruppo, mi spiegò che mi avrebbero mandato in una prestigiosa clinica in Marocco dove lavorava come primario il padre di Tumo, il gigante del gruppo. Lì mi avrebbero disintossicato, ripulito sangue e fegato dalle porcherie e fatto uscire come nuovo.
Se avevo dei dubbi li zittiva la radicata convinzione che i ricchi avessero risorse che noi poveracci neppure immaginiamo. Nemmeno il più diffidente dei paranoici sputerebbe in faccia a un'offerta del genere.
Poi mi hanno proposto una festa d'addio, un'ultimo sballo con merce di prima qualità che, garantivano, mi avrebbe aiutato a chiudermi alle spalle questo periodo tremendo, senza rimpianti né rimorsi.
Coma, la bionda alta, mi passò in mano un bicchiere di ottimo liquore e mi diede una siringa carica. Non ricordo molto altro: mi sono svegliato appena un po' intontito, solo con lo stomaco chiuso e una spessa fasciatura sul torace.
Ero caduto sul tavolo di vetro, provocandomi un bel taglio largo. Non era profondo ed Emo, pratico di primo soccorso, mi aveva ricucito. Senza portarmi in ospedale dove avrei rischiato che avvisassero gli sbirri, arrivato in Marocco mi avrebbero sistemato al meglio. Che dire? Ci sapevano fare, non erano certo degli sprovveduti.
Ora sono salito in aereo: seconda classe ma posto centrale e accanto al finestrino. Ho pure aspettato poco, il volo era puntuale e avevo passato solo una ventina di minuti in mezzo alla confusione della sala d'attesa.
Già mi sentivo riaccolto nella società: nessuno mi guardava male né dovevo preoccuparmi di tenermi fuori vista dalla vigilanza. Stavo tornando una persona come le altre, che può sedersi in un bar, ordinare da bere e non sentirsi chiedere i soldi in anticipo. Per anni mi sono convinto di disprezzare la normalità e la banalità della vita comune, solo ora capisco quanto mi sia mancata.
Che poi avessi ancora lo stomaco indolenzito, sicuramente per i postumi della serata, e non mi andasse di bere era l'ultimo dei problemi: vedevo le spiagge del Marocco, io sdraiato lì a prendere il sole con una bella infermiera, pulita e profumata, a portarmi i farmaci e con cui magari fare quattro salti.
Occasioni così nella vita ti capitano una volta sola e solo se sei fortunato. Io non lo ero mai stato ma forse qualcuno, dall'alto, aveva voluto ripagarmi di una vita di squallore.
L'aereo sta decollando, ormai è fatta. Mi guardo attorno e vedo villeggianti allegri e qualcuno intimorito dal volo, un gruppo di ragazzi che scherzano ostentando sicurezza e qualche dirigente o funzionario in viaggio per affari che traffica col portatile.
Sento già la sabbia tra le dita, il profumo del mare. Solo lo stomaco mi dà ancora fastidio, ora pulsa un po'.

In quel momento nello stomaco di "Ben la Crosta" un contenitore sigillato, contenente poco meno di un chilo di una miscela militare di RDX, C4, polvere di alluminio e cloruro di calcio, attivata da un minidetonatore temporizzato a tetranitrato di pentaeritrite, esplose.
Uccise all'istante sei persone sedute vicine, ne mutilò gravemente altre nove, aprì un varco di oltre tre metri di diametro sulla fiancata dell'aereo e ne causò la caduta da oltre seicento metri di quota.
Morirono 237 passeggeri, 27 membri dell'equipaggio e tre operai della manutenzione sul cui veicolo cadde il rotore del motore esterno di destra.

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